Gioachino Rossini, musicista
fra Rivoluzione e Restaurazione

Rossini, un conservatore
amico dei Carbonari

Rossini, il conservatore
che cantava (o canta) la Libertà
oppure
innamorato della Libertà

Gioachino Rossini (1792-1868) vive in una età attraversata da continui rivolgimenti politici. Il padre, suonatore di tromba e di corno, romagnolo sanguigno, viene arrestato quale “giacobino e repubblicano vero” nel 1799 soprattutto per aver liberato gli ebrei dal ghetto, all’arrivo a Pesaro dei Francesi di Napoleone. Paga per tutti con un anno di fortezza. Poi ai papalini si sostituiscono di nuovo i Francesi. Il piccolo Gioachino, precocissimo strumentista, cantante e compositore, subisce, impaurito, parecchi contraccolpi. Quindi, a poco più di vent’anni, ha i suoi guai per aver composto un Inno all’Indipendenza d’Italia per Gioacchino Murat. Diventa in seguito amico dei potenti della Restaurazione – provvisoria peraltro – come Clemens von Metternich, ma si tiene cari i suoi amici carbonari, romagnoli e bolognesi. Alla liberazione degli ebrei dedica il “Mosè in Egitto” e per George Byron morto da combattente a Missolungi per la libertà dei Greci compone e canta a Londra un Pianto delle Muse. Non amerà il Risorgimento “garibaldiano” e tuttavia metterà in musica sempre la Libertà. Soprattutto nel “Guglielmo Tell”, vero inno alla Libertà, divenendo, involontariamente, un autore prediletto da Mazzini, da Garibaldi, dai patrioti. In musica peraltro non fu affatto un conservatore pur non restando coinvolto dal Romanticismo.